Un paese qualunque, in una domenica qualunque.
Ma perché tanta gente per strada?
Non ce n’è mai stata così tanta: parcheggiamo praticamente sotto al cartello che ci avvisa che siamo gemellati con misteriose cittadine tirolesi e con villaggi dell’Africa centrale e ci incamminiamo, in lenta e sofferta processione da fumatori poco avvezzi agli strappi da Gran Premio della Montagna.
Mentre affrontiamo una salita che avrebbe tolto il fiato a Gino Bartali, incontriamo vecchiette arzille che parlano ad alta voce pure durante l’arrampicata, trascinandosi dietro borse dal peso specifico del piombo fuso e portando fra le mani dei pezzi di torta su piattini di plastica rossa.
Le fette di torta mi danno da pensare: saranno i resti di un pranzo ufficiale, di quelli che ti costringono a slacciare la cintura dei pantaloni dell’abito buono dopo il primo giro di antipasti, o sono i residui di una festa di piazza, di quelle con tanto di banda comunale e con i banchetti di croccantini e noccioline d’ordinanza?
Per soddisfare la curiosità ci rimangono da affrontare gli ultimi scalini, quelli scomodi, studiati appositamente da un sadico e misterioso architetto per costringerti a fare due passetti da gnomo o una sgambata da saltatore in lungo per raggiungere l’agognato gradino successivo.
Provo due allunghi ma ripiego su uno stile più consono ad un nanetto da giardino: il fisico non è più quello di una volta…….
Un ultimo passo e………..
………….La piazza è stracolma!
Maccherobbé?!?!?!?
La Fragolata!
Misericordia: di solito ci accolgono tre vecchiettini ad un tavolo e un paio di bambini in bicicletta, osservati distrattamente da una coppia di mamme in libera uscita domenicale.
Oggi invece ci saranno duemila persone, che sciamano come formiche impazzite, invadendo la piazza e le stradine adiacenti.
E ti credo: i volontari della Pro Loco hanno organizzato una cosa davvero simpatica. Ad ogni angolo del paese c’è un banchetto che regala una specialità: iniziamo un po’ scettici assaggiando un risotto alle fragole, ci allietiamo il palato con una spettacolare torta alle fragole, passiamo soddisfatti ad assaggiare fragole a pezzi con liquore (alle fragole), per finire poi in bellezza con uno spettacolare gelato artigianale, ovviamente alle fragole.
C’è rosso dappertutto: nei vicoli, nei piatti di plastica, nei bicchieri rossi: di plastica fuori e di vino dentro, sui banchetti dei volontari e sulle magliette immancabilmente impiastricciate dei bambini.
E’ un tripudio di colore rosso fragola, una gioia per noi, simil-accattoni che non resistono al fascino del cibo a scrocco e fanno due o tre giri per chioschetto, rimediando pranzo e cena e portando a casa una fetta di torta, per la nonna che non si può muovere.
E poi c’è l’orchestrina jazz che suona besame mucho con tromba, trombone, banjo e clarinetto. Gli anziani osservano tutto con sospetto e scuotono la testa, come per ricordare a tutti che certe canzoni non si suonano così, in jeans e maglietta, ma con il vestito buono, quello con la giacca e il farfallino al collo.
Ogni tanto dalla piazza si sente qualche nota della banda, che interrompe lo scampanio della chiesetta che vorrebbe riportare su binari più sacri questa festa sicuramente più profana.
Ma non c’è parroco che tenga: molto meglio fare struscio fra la gente ed i banchetti di prodotti tipici, che finire inginocchiati a far mea culpa.
E’ proprio vero: anche i paesi hanno un’anima. E molto spesso si comportano come fa una famiglia nei giorni di festa.
Ci si prepara ad accogliere i parenti lontani, cucinando come se si dovesse sfamare un battaglione di granatieri, mettendo a soqquadro la cucina diversi giorni prima della festa e ripulendo tutta casa.
Così si approfitta dell’evento per riesumare oggetti dimenticati dietro ai divani, dentro a vetrine impolverate che prendono aria poche volte l’anno. Si butta via qualcosa. Si fa spazio per altri oggetti che verranno buttati il prossimo anno.
Poi il gran giorno arriva e si fa di tutto per mettere a proprio agio gli ospiti. Chi organizza è già stanco, prima ancora di iniziare. E non si ha il tempo per divertirsi più di tanto.
Poche ore e si vorrebbe che già se ne andassero via tutti, per togliersi le scarpe e slacciarsi la cravatta.
Così fanno i paesi.
Tanta gente per le strade fa piacere vederla, ma per poco. Si aspetta la sera, pregando che magari faccia qualche goccia d’acqua che convinca i più ostinati a rientrarsene nei ranghi.
Alla fine poi i turisti se ne vanno, gli stranieri lasciano il paese nelle mani dei legittimi proprietari, che in fretta lo ripuliscono dalle carte e dal baccano.
Sono passate poche ore e della festa non è rimasta alcuna traccia.
Il paese è tornato tranquillo come sempre: nei pochi bar ancora aperti si commenta la giornata finalmente rilassati.
Il vento aiuta a spazzar via dagli angoli qualche tovagliolo impertinente che si ostinava a svolazzare per le strade.
Ora non si sentono più i motori delle macchine che arrancavano per le stradine a cercare improbabili parcheggi, non ci sono più i bambini sporchi di zucchero filato rosa che urlavano per ottenere un giocattolo da aggiungere alla collezione di cose da buttare il giorno dopo.
Sono rimaste a testimonianza della festa solo le luminarie, che rimarranno accese tutta la notte.
Ma adesso c’è solo il paese, che vuole andare a dormire.
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